• Patrizia Santini

DIEGO ALLIGATORE,il noto blogger esperto in musica, ferma la sua riflessione in un libro| INTERVISTA

Ovviamente da ‘musicante’ qual penso di essere (in radio quasi ininterrottamente dal 1975, titolare di un nome ‘Patrizia’ che mio padre ha voluto in onore di un bellissimo mambo di Perez Prado, curatrice di un blog musicale, appassionata di musica e detentrice di una buona dose di note nel mio DNA) non potevo che desiderare di conoscere meglio questa novità libraria e ancor più il suo autore.

DIEGO ALLIGATORE,il noto blogger esperto in musica, ferma la sua riflessione in un libro | INTERVISTA

Diego Alligatore, come su scritto, è un noto blogger che da tempo collabora con testate tra le più note, come ‘Smemoranda’, il ‘Frigidaire’ cartaceo, come ‘Il Nuovo Male’, ‘I Think Magazine’ o anche ‘MeLoLeggo.it’, tra i tanti oltre a firmare non uno, ma due blog, “Il Blog dell’Alligatore” e “L’Orto di Elli e Alli”.


Tutto questo mostrando predilezione per la musica indipendente, esattamente come me! Inoltre è nato lo stesso giorno di Jack Kerouac, il celebre scrittore e poeta statunitense, padre della ‘Beat Generation’. Cosa può volere di più una Gallinainfuga come me?

Gli elementi c’erano tutti perché mi mettessi sulle tracce dell’autore. Ma devo confessare che se non avessi visto quella foto su Facebook dove la bravissima musicista e cantante Maria Devigili, più volte da me intervistata e che seguo con piacere da tempo, presentava in un post questo libro, forse non ne sarei venuta a conoscenza ancora per molto tempo.

Ma andiamo a conoscere meglio Davide Alligatore.


Intanto Diego l’ebbrezza del primo libro! Ne vogliamo parlare? Tu collabori con un’infinità di riviste e testate molto interessanti, ma un libro … E' sempre un libro ...


Sì, la carta stampata è qualcosa di magico. Magari arriva a meno persone, potenzialmente, del web che è infinito, ma è un punto di arrivo importante. In passato avevo scritto sul Frigidaire cartaceo di Vincenzo Sparagna, e leggere le mie recensioni lì era una bella soddisfazione (ho tutti in numeri sui quali ho scritto, messi da parte). Per me, nato nel Novecento, un libro ha ancora il suo fascino... come del resto il vinile, che mi dicono è tornato di moda.

Il termine ‘Underground’ ovviamente scelto a ragione. Puoi spiegarla a chi ci leggerà? Io l’ho collegata ai ‘musicanti’ citati nel sottotitolo. Un mondo all’opera e che il termine non va a ledere in questo caso una professionalità, ma la inserisce in un contesto prezioso, immagino

Certo, Underground per me è un termine nobile. Rappresenta fermenti creativi nel sottosuolo, che magari anticipano tendenze per il futuro. La parola Underground ha un fascino intellettuale immenso, mi fa venire in mente città come Berlino o Londra ... e poi c'è quel grandissimo film di Emir Kusturica. Quindi definire Underground gli intervistati è stato come fare loro un complimento, un nota di merito ...


Giovani, musicanti e disoccupati: forse questo è il quadro attuale di una buona fetta del mercato discografico?


Sicuramente. La musica liquida, la possibilità di ascoltare gratis canzoni a getto continuo, un sistema che premia le grandi compagnie del web, a partire da Spotify, e non paga giustamente chi fa il lavoro di musicante, ha impoverito un settore già povero. Il fatto che negli anni 10 di questo secolo, finora pessimo, l'indie italico abbia scalato le classifiche, sia finito addirittura a Sanremo a spodestare i soliti noti, vuole dire che anche il mainstream non se la passa bene.


Ti ricordi il momento in cui hai realizzato di voler scrivere questo titolo?


Sai che non me lo ricordo? Avevo in mente di mettere la parola Covid nel titolo, ma una donna importante della nostra editoria alla quale avevo sottoposto il progetto iniziale, con la quale poi non abbiamo trovato un accordo per fare il libro, mi aveva sconsigliato tassativamente di mettere la parola Covid nel libro. Ho tenuto solo 2020, nel sottotitolo ... e poi in qualche modo è uscito questo bellissimo titolo ... A caso.


Faccio una domanda che potrebbe sembrare inutile, ma per me non lo è. Nella scrittura di un testo, io ad esempio, ho delle priorità. È nato prima il libro o il titolo?


Sicuramente è nato prima il libro. Ho molti progetti abortiti per i quali ho bellissimi titoli. Meglio avere dei titoli leggeri, molto provvisori, per le cose che si scrivono e intanto scriverle e riscriverle. Il titolo verrà alla fine. Per i romanzi spesso lo decidono gli editori assieme alla copertina, quindi meglio non darsi troppa pena.

Cosa è emerso da questo tuo viaggio?

Un ambiente molto fecondo, che già conoscevo, di gente che fa il lavoro di musicante con passione. Come sapevo, molti di loro oltre a fare musica, per vivere fanno altri lavori, i più fortunati occupazioni legate all'ambiente musicale. Nel periodo delle mie interviste, cioè il periodo del lockdown della primavera/estate del 2020, erano bloccati in casa, con dischi fermi, nessun concerto dal vivo, solo spettacolini online dalla loro casa. Bella la definizione di viaggio che hai scelto, perché, anche io fermo a casa mia, ho "viaggiato" da nord a sud da est a ovest per intervistarli. In realtà questo viaggi virtuali li faccio da sempre, ma per la prima volta l'interlocutore era costretto a stare fermo anche lui, fermo nella sua abitazione. Da circa vent'anni scrivo nel web, Internet mi piace, ma quando diventa l'unica fonte non è un bene.

DIEGO ALLIGATORE,il noto blogger esperto in musica, ferma la sua riflessione in un libro | INTERVISTA


Con piacere ho visto che analizzi anche un fenomeno che riscontro anch’io col mio blog. Il flusso continuo di singoli pubblicati attraverso il web e il numero elevatissimo di artisti comunicati.


Sì, il singolo è una cosa che è tornata di moda. Si parla di un ritorno agli anni Sessanta, ma non credo sia una buona cosa. Non sono gli anni Sessanta del Boom, dei musicarelli, della gente felice. Da un libro letto prima di scrivere il mio, "Era Indie - La rivoluzione mancata del nuovo pop italiano" dell'amico Riccardo De Stefano, uscito nel 2019 sempre con Arcana, si analizzava questo fenomeno, e dopo la lettura di ciò, ho voluto chiedere ai miei intervistati cosa ne pensassero: meglio un singolo o meglio un disco? La maggioranza, non tutti, si sono schierati per il disco, motivandolo in vari modi. Si fanno singoli perché costa meno, perché rende più visibili, perché si è presenti ogni due settimane con una canzone nuova, perché sembra di essere sempre attivi ... quindi per una questione di mercato, di mordi e fuggi. Ma la mia generazione di trenta/quarantenni e oltre, ragiona ancora sul disco fatto di tot canzoni da un lato e di tot canzoni dall'altro. Mi sembra un progetto più serio. Il numero di artisti che fa musica mi sembra sia altissimo, ogni giorno ho una cinquantina di mail con nuovo materiale da ascoltare... ovviamente è un'impresa impossibile ascoltare tutto e ascoltarlo bene.


Quali sono le tue considerazioni in merito?


Spero si torni a considerare il lavoro dell'artista che suona, come quello di chi scrive un libro o gira un film. Non chiediamo solo racconti agli scrittori (o film a episodi ai registi). E poi si cominci con il pagare di più chi fa musica, magari tassando le grandi compagnie del web che guadagnano miliardi. La Rivoluzione informatica potrebbe essere una bella cosa, ma la politica deve intervenire. E poi ritorniamo alla lentezza, creiamo dei presidi slow food anche per l'arte e la musica. Un intervistato nel mio libro ha detto che la velocità ci fa perdere in profondità. Concordo in pieno: riscopriamo il valore della lentezza nel leggere, ascoltare, guardare un film ...


Sei un vulcano in eruzione, ma da una persona nata lo stesso giorno di Jack Kerouac non ci si poteva aspettare nulla di meno.


Grazie, è il più bel complimento che potessi farmi. Ho scoperto di essere nato nello stesso anno di Jack Kerouac guardando un video di Bob Dylan. Era girato in un cimitero... vidi la data della mia nascita su di una tomba, cosa che lì per lì mi impressionò. Poi capii che era la tomba di Jack Kerouac e mi tranquillizzai. Il l 12 marzo del 2022 il buon Jack ne festeggerebbe 100, io ne farò 50.


Tra le tue tante collaborazioni quale ti permette di essere te stesso completamente?


Direi tutte, perché non mi hanno mai censurato, mai tagliato nulla, concedendomi di scrivere quello che volevo. Pure nel libro tutto quello che ho scritto è passato. Pure io, quando intervisto qualcuno non taglio nulla. La libertà prima di tutto.

E come è giusto che sia, anche un’ampia gamma di preferenze, senza porre divisori. Intendo che leggendo per esempio la lista dei tuoi film preferiti si nota la presenza di un po’ tutti i generi. Una nota però li contraddistingue tutti, i registi sempre blasonati.

Anche nella musica amo tutti i generi, e da sempre cerco di dare spazio a tutti i generi. Anche nel mio libro non c'è un genere unico, non solo musicale, ma anche sessuale, nel senso che ho cercato di dare spazio sia a donne sia a uomini. Non è stato facile, credo che anche nell'indie le donne siano meno premiate. Ovvio, perché una società maschilista si riproduce bene o male in tutti gli ambiti. Detto questo, sono da sempre un appassionato di cinema, i miei preferiti sono da sempre Chaplin e Woody Allen, ma anche Moretti, Kubrick, Truffaut, Welles, Billy Wilder, Kusturica, Fassbinder, Almodovar, Mazzacurati, Leone, ... cineasti che hanno saputo ridisegnare un mondo. Anche qui tutti uomini, ma le donne al cinema si stanno facendo avanti in massa solo negli ultimi anni. Su tutte la Rohrwacher. Alice Rohrwacher è un nome forte, una cineasta da seguire… questa è libera..


Avresti preferito non scrivere questo libro?

Sì, avrei preferito finire un libro di racconti, che prima o poi dovrò finire, e che il covid19 non avesse sconvolto le vite di tutti noi. Però c'è stato, purtroppo, e ci ha lanciato un segnale forte, fortissimo. Il pianeta sta correndo troppo, noi lo abbiamo costretto a questa folle corsa verso la morte. Bisogna farlo rallentare, cambiare sistema di vita, inventarsi un altro pianeta prima che sia troppo tardi ... anzi, è già troppo tardi. Lo abbiamo capito? Dalle prime mosse post seconda ondata di covid, sembra di no. Per esempio: perché non liberalizzare i vaccini? Perché le industrie farmaceutiche fanno immensi profitti da questa immane tragedia. Un'azienda privata, in un mondo giusto, non dovrebbe fare profitti sulla salute di tutti, le ricerche e i vaccini, rigorosamente controllati, dovrebbero essere disponibili gratuitamente in tutto il mondo.



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