• Patrizia Santini

Speciale VIOLENZA CONTRO LE DONNE, la parola all’associazione Maschile Plurale

E’ sempre più estesa in Italia la rete di associazioni e sportelli di uomini per uomini che, da un lato, intendono manifestare con forza il proprio dissenso nei riguardi della violenza contro le donne, dall’altro condurre al cambiamento culturale di cui nel corso di questi approfondimento tanto si è parlato.

Credits by Luca Bolognese

In questa occasione ascolteremo la voce di un’associazione che nel tempo è diventata un vero punto di riferimento in Italia e che ha diramazioni in molte località lungo il nostro stivale. Si chiama “Maschile Plurale”, mio ospite il suo presidente Marco Deriu, docente presso l’Università di Parma in Discipline Umanistiche, Sociali e Imprese Culturali.

Prima però di entrare nel dettaglio dell’Associazione e di come opera sugli uomini, c’è un importante progetto nazionale al quale Maschile Plurale sta partecipando. Si tratta di “Never Again”. Lanciato il 25 novembre(Giornata Nazionale contro la Violenza sulle donne) 2020, lavora sulla Vittimizzazione secondaria, di cui parleremo in maniera più estesa nel prossimo step.


La vittimizzazione secondaria, come leggo e riporto testualmente dal sito specifico, “interviene nel momento in cui le istituzioni con cui le donne entrano in contatto quando decidono di uscire dalla violenza, finiscono invece per renderle vittime una seconda volta, ad esempio sottovalutando o disconoscendo il vissuto di violenza o dandone una rappresentazione che lede la loro dignità o giustifica la violenza”

https://www.vittimizzazionesecondaria.it/


Al prof. Deriu ho chiesto in quale maniera Maschile Plurale è attiva all’interno di questo progetto.


Il progetto è legato ai temi della vittimizzazione secondaria, quindi a tutto quello che riguarda le rappresentazioni, i giudizi, le forme di negazione o di successive discriminazioni nei confronti delle vittime di violenza. Sappiamo che in quest’ambito è molto comune il fatto che sia nel mondo dell’informazione, sia nelle prassi giudiziarie, sia nel tipo di atteggiamento magari delle forze dell’ordine, si possano mettere in moto meccanismi automatici legati a stereotipi, pregiudizi,.. che in qualche maniera mettono di nuovo in difficoltà chi ha subito violenza, attribuendo alla vittima responsabilità, inserendola in categorie o leggendola attraverso stereotipi. Tutto questo finisce appunto per ferire ulteriormente la dignità della persona.

Il contributo che abbiamo dato come associazione, oltre a seguire tutto il percorso del progetto, è legato in particolare alla costruzione di 3 info grafiche, curando perciò una parte che è la video sintesi di una serie di temi e/o attenzioni che ci devono essere nell’ambito sia dell’informazione, di come i media parlano di questi argomenti, sia nei confronti delle forze dell’ordine. Abbiamo cercato di fissare, al termine di queste info grafiche, quelli che ci sembravano possibili temi, punti di attenzione, da fissare per evitare di incorrere in processi appunto di rivittimizzazione, di ricolpevolerizzazione della vittima. Trattandosi di violenza maschile riteniamo particolarmente importante che ci sia una riflessione su questo, cioè su come entrano in gioco i pregiudizi e gli stereotipi in un certo tipo di cultura, proprio nell’interpretare questo tipo di problematica.

Stereotipi e mentalità che ritroviamo non solo in chi agisce la violenza, ma anche in parte dell’opinione pubblica, nei professionisti, etc.. Quindi è un tema che ci coinvolge tutti”.


Si tratta di una sorta di scolarizzazione della società.


“Si infatti se c’è qualcosa che caratterizza il nostro approccio è quello di pensare che la violenza non può concludersi nell’atto della violenza o della presa di distanza che operiamo in certe occasioni, nel senso che tendiamo a proiettare la responsabilità o le forme di violenza, solamente sugli altri dove questi ‘altri’ sono il più lontano possibile da noi. Contrastare questa violenza che ha appunto anche basi sociali e culturali, significa rileggere la propria storia, la propria educazione, le proprie forme di socializzazione nella vita quotidiana e comprendere che sia le dinamiche che le forme di comportamento che portano alla violenza sono molto più familiari di quanto siamo portati a pensare. Per quel che ci riguarda, la scelta di un’opzione non violenta è una scelta di consapevolezza sulla facilità con cui si può scivolare verso comportamenti irrispettosi o discriminatori. E’ un lavoro che facciamo sul quotidiano e in tutte le dimensioni in cui viviamo la nostra vita di tutti i giorni”.


L’Associazione Maschile Plurale non è un centro per uomini autori di violenza, è un punto di riferimento invece per approfondire e sensibilizzare

L’associazione è frutto di una lunga storia di relazioni perché alcune persone proprio all’interno dell’associazione si conoscono da molti anni, tanti quanti si sono impegnati ad affrontare questi temi. Nel 2006 avevamo promosso un appello che si intitolava “Come la violenza contro la donna ci riguarda. Prendiamo la parola adesso”. E’ stato il primo momento in cui è nata la consapevolezza che, in un momento come quello in cui stavano avvenendo tanti atti di violenza sulle donne e anche tanti femminicidi, sarebbe stato importante, se non urgente, che anche gli uomini prendessero posizione, rompessero il clima di silenzio, prima in maniera informale e culturale, poi, nel 2018, con le nuove leggi sul terzo settore, ci siamo dati una formula più strutturata, siamo diventati una APS, Associazione di Promozione Sociale. La nostra caratteristica è che di fatto raccoglie persone da tante città diverse. Il nostro è un centro di azione, di produzione culturale, di sensibilizzazione e rilancio di tutta una serie di tematiche. Oramai in Italia c’è una sostanziosa geografia di gruppi di uomini che riflettono sulle possibilità di contribuire al contrasto alla violenza sulla donna e quindi nel tempo la nostra associazione è diventata un po ‘ il fulcro, come punto di riferimento per tutta questa rete e lei stessa promotrice di iniziative sui vari territori. Alcuni di noi addirittura sono i promotori di centri che lavorano in termini di percorso di cambiamento degli uomini autori di violenza, oltre ad aver aperto sportelli d’ascolto, aver sostenuto iniziative territoriali di sensibilizzazione, come anche percorsi nelle scuole”.


La violenza maschile sulle donne oggi mi sembra sia un fenomeno molto trasversale. I protagonisti provengono dai più svariati strati sociali e culturali.


Penso che sia un fenomeno che riguarda tutti noi, l’ho sempre pensato perché la violenza non è semplicemente di marginalità sociale, culturale, economica o di altro genere. La violenza intanto è un fenomeno che viene appreso e tramandato anche attraverso un apprendimento generazionale. Sappiamo intanto che le persone esposte che assistono alla violenza nella prima fase della socializzazione primaria, purtroppo l’apprendono come un comportamento consueto, abituale.

Poi c’è una socializzazione alla violenza soprattutto nel mondo dell’universo maschile che continua tutta la vita, non riguarda solo i primi anni di vita, riguarda gruppi tra pari, scontri tra gruppetti, fenomeni legati allo sport, nell’addestramento che per generazioni c’è stato anche in ambito militare, fenomeni politici, fondamentalismi religiosi; un’industria culturale che insiste molto sull’associazione tra maschilità, virilità e uso della forza, l’imporsi con la forza. La violenza per gli uomini è sempre stata anche una dimensione di costruzione identitaria, di costruzione di status. Infine, è importante comprendere che è sempre stato lo strumento di controllo e di potere dentro le relazioni più importanti. Spesso gli uomini utilizzano consapevolmente o in maniera più sottile, forme di violenza per controllare le persone a cui sono, paradossalmente, più legate. Avere strumenti per riconoscerla significa non solo liberare la potenziale vittima, ma anche gli uomini perché utilizzare come scorciatoia la violenza, impoverisce l’essere umano in tutto, sia interiormente, che nella sua socialità, allontana da sé le persone e soprattutto rispecchia una difficoltà maschile nel fare i conti con le proprie emozioni, i propri vissuti, le proprie contraddizioni, l’incapacità di stare dentro i conflitti in maniera costruttiva”.


E’ sempre più sostanziosa la rete di associazioni e sportelli lungo tutta l’Italia che gli uomini dedicano agli altri uomini nel contrasto alla violenza contro la donna. Come mai se ne parla così poco, considerando che la vostra attività può essere determinante al cambiamento nell’uomo.


E’ vero se ne parla molto poco e questo è uno dei motivi per cui come associazione stiamo lavorando anche sul come comunicare l’esistenza di queste realtà. Purtroppo si ha la sensazione che si sia sempre al punto di partenza. Tutte le volte si sente dire “Dove sono gli uomini? Cosa fanno gli uomini?”. In realtà ci sono gruppi, reti, persone che da anni lavorano su questi temi e che stanno anche cambiando un po’ gli strumenti di intervento. Il fatto che ci siano gruppi di ascolto, di autocoscienza, il fatto che siano nati tanti centri che lavorano per il trattamento, per l’accompagnamento al cambiamento degli uomini con problemi di violenza, secondo me è il sintomo di una questione più generale. Se il focus è centrato sempre sulla vittima, non si riesce ad intercettare, a dialogare, con tutta quella parte di popolazione maschile che magari non agisce vIolenza, ma che rimane silenziosa a guardare o si stabilizza in una zona grigia. Il grande lavoro che andrebbe fatto, secondo me, per cambiare la situazione, è far capire a questi uomini quanto sia determinante la loro disponibilità ad uscire da una zona difensiva prendendo posizione, rompendo complicità ed alleanze, agendo quando assistono ad episodi di violenza perché questo crea un nuovo contesto, una nuova cultura, quella di cui abbiamo tutti bisogno, una sensibilità totalmente diversa che deve essere il prodotto della consapevolezza maschile e che non può essere ributtata ancora una volta sulle spalle delle donne”.


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